Oratorio di San Carlo

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Cenni storici della piccola chiesetta

 La destinazione privata dell’oratorio di San Carlo, eretto nel 1829 per volere di Carlo Antonio Pellegrini Robbioni, è testimoniata non solo dall’iscrizione in lettere capitali posta all’interno dell’edificio sopra il portone d’ingresso, ma anche dalla presenza di tre sepolture, la prima delle quali appartiene ad Anna Maria Ribolzi, madre del sopraccitato Robbioni. Il monumento in questione consiste in un’elegante lapide commemorativa di marmo bianco al centro della quale campeggia il volto colto di profilo della donna, il cui capo è coperto da un velo.

L’artista che realizzò tale ritratto di pregiata e raffinata fattura, non mancò di servirsi di alcuni dei simboli cari alla tradizione iconografica funeraria: in primo luogo tale raffigurazione è inserita all’interno di un clipeo costituito da un uroburo, cioè da un serpente che si morde la coda; un’immagine che sin dall’antichità ha rappresentato l’eternità, la continuità della vita e la totalità dell’universo, riassumendo in sé il concetto di ciclicità temporale; l’alfa e l’omega della traditio cristiana. Questo medaglione è circondato da quattro api, la cui presenza è giustificata dal fatto che a tali insetti sono da sempre state attribuite numerose qualità umane, quali l’operosità, la concordia e in particolar modo la castità, valore legato ad una credenza popolare che ha per secoli sostenuto la riproduzione dell’animale secondo partenogenesi, vale a dire un processo naturale in cui l’uovo si sviluppa senza la fecondazione. Un riferimento fortemente allegorico, di cui si comprende il significato leggendo l’iscrizione sottostante che ricorda la cura e l’educazione che la donna impartì ai suoi ben 11 figli.

La seconda lapide funeraria murata sul lato sinistro della cappella è posta a commemorazione di Luigi Brambilla. Essa recita così: RICORDO A PRECI/ PER LUIGI BRAMBILLA / NATO L’8 7BRE 1807 /. D’ANIMO BUONO, FRANCO E SCHIETTO / DELICATO E FORTE IN SENTIRE / RAPITO IL 30 MARZO 1864. / AHI TROPPO PRESTO! / ALL’AMORE DELLA MOGLIE / ALL’AFFETTO DE PARENTI ALLA BENEVOLENZA DEGLI AMICI / CHE LO PIANGONO E LO DESIDERANO.

Anche in questa sepoltura compare l’uroburo, all’interno del quale si trova una farfalla dalle ali spiegate, poiché nell’immaginario religioso cristiano, la rappresentazione dell’insetto, in particolar modo colto nell’atto in cui si libera dal bozzolo, è diventata emblema di resurrezione e salvezza.

L’ultima lapide presente all’interno dell’oratorio fu posta per volontà del nipote Antonio Bellardi a ricordo di Giuseppina Beretta, vedova Brambilla, morta il 21 maggio 1873 e cara ai Galliatesi per i suoi lasciti di carità. Questa volta a decorare la bianca lastra di marmo una rosa, fiore che in passato aveva una forte connotazione funeraria, tanto che nell’antica Roma la festa delle rose – Rosalia-, rientrava nelle cerimonie legate al culto dei morti.

L’oratorio conserva inoltre un quadro ad olio adibito a pala d’altare raffigurante una Madonna con Bambino tra Sant’Antonio Abate e San Carlo Borromeo.

Quest’ultimo è riconoscibile dalla mozzetta cardinalizia color rosso e dal caratteristico naso adunco. Il suo motto humilitas è qui riassunto nella posa delle mani incrociate al petto e nel senso di sottomissione e reverenza all’autorità divina.

Anche Sant’Antonio Abate è rappresentato genuflesso, con il viso rivolto alla Vergine e al Salvatore, le mani giunte nel classico gesto della preghiera. La barba e i lunghi capelli bianchi lo identificano nella veste di eremita, mentre il libro ai suoi piedi indica la forza insita nelle Sacre Scritture, grazie alla quale superò tutte le tentazioni della vita.

Dal punto di vista architettonico, il piccolo edificio chiuso a timpano presenta una facciata alquanto pulita provvista di una lunetta che sormonta l’unico portone d’ingresso, il cui architrave era una volta arricchito dalla scritta DIVO CAROLO DICATVUM oggi scomparsa. A chiudere il fianco sinistro dell’oratorio una piccola torre campanaria.

 

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